mercoledì 13 dicembre 2017

Microstorie: Una notte da lupi







Una notte da lupi della Sila. La pioggia scrosciava violenta e il vento ululava infiltrandosi attraverso gli infissi cigolanti. Fosse stata una notte qualsiasi, Antonio neppure si sarebbe accorto di fulmini e tuoni e avrebbe dormito accucciato sotto quattro o cinque coperte sul vecchio divano accostato ad una parete della stanza da pranzo, con i topo che rosicavano nella dispensa a fargli compagnia. Aveva sette anni e non conosceva la paura. Suo nonno glielo ripeteva sempre che la paura è cosa da femminucce, che lui doveva essere forte più d’un toro. 

Il suo nome era Giovanni Antonio e, all’inizio, lo chiamavano Giovanni. Ma quando la madre era sparita, qualche anno dopo che il padre era finito in carcere, la nonna aveva fatto un voto, per una grazia segreta, mettendolo sotto la protezione di Sant’Antonio e così l’aveva cominciato a chiamare finché era diventato Antonio per tutti.

Nella stanza che pareva scossa dal maltempo, Antonio sentiva lo stomaco stringersi e il cuore battere forte e il respiro quasi fermarsi. E aveva freddo e caldo nello stesso tempo. E gli occhi gli si aprivano e rimanevano sbarrati nel buio. Ombre scure sembravano muoversi nell’oscurità, come fantasmi inquieti.

Non poteva dirselo né l’avrebbe confidato ad alcuno, ma a metterlo in subbuglio non erano la pioggia, il vento e neppure quel buio che, invece d’essere compagno d’un sonno profondo, lo teneva sveglio e sgomento.

Era che quel giorno – che il cielo era carico di nuvole, ma ancora non pioveva e il vento era solo un venticello – era tornato suo padre. La nonna l’aveva abbracciato forte e non sapeva più che mettere a tavola per far festa. E anche il nonno, con la sua berretta un poco storta sul capo e la giacca di fustagno, si vedeva che era contento. “E’ tuo padre, è tuo padre”, lo assicurava la nonna “devi stare contento”. 

E lui s’era fatto prendere in braccio e baciare. Ma le mani che l’avevano toccato gli sembravano così estranee, il fiato di migliaia o milioni di sigarette di scarto gli era entrato nelle narici come una nausea e dagli occhi del padre gli era sembrato che uscissero lame pronte ad affettarlo.

Avrebbe voluto che tornasse presto il giorno. Eppure, forse, sarebbe stato meglio che quella notte non passasse mai.

venerdì 8 dicembre 2017

Un giorno a Nisida, tra panettoni e parole






È sempre bello entrare nel Laboratorio di Pasticceria. Ma a dicembre di più. Un profumo di Natale avvolge e rallegra. Nello spacco, tra la prima e la seconda parte della mattinata, facciamo un salto con alcune colleghe. 

Il maestro pasticcere, Ciro, sta tagliando l’impasto dei roccocò per formare le ciambelline (90 grammi ciascuna) da mettere al forno. Un ragazzo sta infilzando i panettoni per metterli a testa in giù (per me fu una scoperta che bisogna farli stare così per evitare che si affloscino), un altro li sta bucherellando per riempirli di crema al cioccolato bianco o nero, un altro ancora ne sta inscatolando alcuni pronti per la consegna. 

E. dice che è ancora emozionato per quello che ha scritto due giorni prima, rispondendo all’invito di una delle autrici che partecipano al nostro Laboratorio di Scrittura. Che è stato molto difficile per lui tirare fuori alcuni ricordi tristi, che non voleva neppure farlo, ma poi gli è venuto così e, alla fine, si è sentito meglio: perché riuscire a scrivere, anche di cose troppo pesanti, le fa diventare più leggere.

Torniamo in aula. Col primo gruppo avevamo letto un racconto pubblicato in uno dei nostri libri di qualche anno fa, con il nuovo gruppo ne leggiamo un altro. I ragazzi sono curiosi di leggere quello che i loro compagni hanno scritto e cercano la correlazione tra quegli scritti e il racconto che l’autore ne ha tratto. 

S. sintetizza un altro racconto, sempre tratto da uno dei nostri libri, che lui sta leggendo in camera la sera: è quello che gli è piaciuto di più.

C. chiede di partecipare al gruppo di scrittura, ne parlerà con la sua educatrice.

A., che ha iniziato a farne parte da poco, vuole tornarci. Lo dice con una luce timidamente felice negli occhi. 

Anche lui, due giorni fa, ha scritto una storia pesante. Ci sono dolori così atroci. Drammi che spezzano la vita o le danno percorsi sbagliati.

E le parole sono così fragili. Talvolta così inutili.

Eppure. Svuotano, lasciano più nudi e, nello stesso tempo, rivestono. Di un calore buono. Di una briciola di speranza.

lunedì 4 dicembre 2017

Avvento a Capodarco






Mi capita di iniziare l’Avvento nella Comunità di Capodarco, dove sono stata invitata a parlare di Nisida al XXIII Seminario per i giornalisti, organizzato da Redattore sociale. 
Gratitudine che si aggiunge a gratitudine.

Conoscere un po’ di più le gravi problematiche sociali che attraversano il nostro paese, ti ricorda che, nel tuo piccolo, hai anche tu responsabilità del mondo.

E che tra i tuoi doveri, nonostante tutto, c’è quello della speranza.

L’Avvento è il participio passato più presente e futuro che esista.